La storia dell’industria del tabacco rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia della Terra d’Otranto, capace di evolversi nel corso dei secoli da produzione artigianale a moderna realtà industriale.
Dalla "polvere leccese" ai tabacchi orientali
Già nella metà del Settecento, la Regia Manifattura di Lecce produceva un ricercato tabacco da fiuto a base di varietà locali ("Cattaro" e "Brasile Leccese"). Alla fine dell’Ottocento, il cambio delle abitudini di consumo in favore delle sigarette portò, dal 1893, alla sperimentazione dei tabacchi levantini (tra cui le varietà Xanthi Yakà, Perustitza ed Erzegovina). Tra il 1900 e il 1915 questo comparto decollò definitivamente, articolandosi in un ciclo produttivo preciso: la fase colturale nei campi, la prima lavorazione nei tabacchifici dei concessionari e la fase manifatturiera di trasformazione finale.
La riconversione dello stabilimento C.I.T.I.
Nei primi anni del Novecento nacquero i primi centri di prima lavorazione. Nel 1926, l’ex stabilimento dell'ebanisteria Piccinno venne rilevato all'asta dalla C.I.T.I. (Compagnia Italiana Tabacchi Indigeni) e convertito in un moderno tabacchificio. La struttura, dotata persino di sala d'allattamento e pronto soccorso per le maestranze, è rimasta attiva nella manipolazione delle foglie di tabacco fino al 1995. Tra le testimonianze tecnologiche spicca la Super Iso Pressa, ideata nel 1948 dalle Officine F.lli Nuzzo per ottimizzare l'imballaggio delle ballette.
Le tabacchine e l'arte della manipolazione
La filiera del tabacco si distinse per essere un luogo di emancipazione e lavoro quasi interamente femminile. Il sapere legato alle fasi di spulardamento, cernita, spianatura e torchiatura veniva tramandato di madre in figlia. Entrate giovanissime nei magazzini, le operaie più esperte e rigorose potevano conquistare il ruolo di "maestra", figura di riferimento incaricata di supervisionare la disciplina, la qualità e i ritmi della produzione quotidiana.